C’è un momento, sott’acqua, in cui smetti di essere un ospite e diventi parte del mare.
Con i delfini quel momento ha qualcosa di destabilizzante. Perché mentre tu sei impegnato a guardarli, con ogni probabilità loro stanno facendo esattamente la stessa cosa con te — e sono molto più attrezzati per farlo. I tursiopi sono tra gli animali più studiati dell’oceano e, dopo decenni di ricerca, continuano a costringerci a rivedere quello che pensiamo di sapere sull’intelligenza animale.
C’è però un filo che tiene insieme tutto quello che segue, ed è la loro società. I delfini non vivono in un gruppo stabile: vivono in quella che i biologi chiamano una società a fissione-fusione, un tessuto di rapporti che si sfilaccia e si ricuce di continuo. Individui che si separano, si allontanano per giorni, e poi si ritrovano. In un mondo del genere, memoria, riconoscimento, comunicazione e apprendimento non sono ornamenti: sono l’infrastruttura che tiene in piedi la baracca. Ed è per questo che descrivere un gruppo di delfini come “un branco” comincia a sembrare, semplicemente, inadeguato.
Una memoria che dura decenni
Cominciamo da qualcosa che, per chi dimentica dove ha messo le chiavi cinque minuti prima, risulta leggermente umiliante.
In uno studio del 2013, il biologo Jason Bruck mise alcuni tursiopi di fronte alle registrazioni dei fischi di individui con cui avevano convissuto anni prima. Li riconoscevano ancora, dopo separazioni lunghissime: nel caso più estremo, vent’anni e mezzo. È una delle memorie sociali a lungo termine più estese mai documentate in una specie non umana.
E torniamo quindi al filo. Se la tua società non è un gruppo fisso ma una rete di individui che si perdono e si ritrovano, ricordare chi hai incontrato — con chi hai collaborato, di chi ti puoi fidare — non è un vezzo. È ciò che ti permette di riprendere un rapporto esattamente da dove l’avevi lasciato, vent’anni dopo.
Sì, hanno qualcosa di molto simile a un nome
Qui la faccenda si fa ancora più interessante. Nei primi mesi di vita ogni tursiope sviluppa un signature whistle, un fischio caratteristico che resta relativamente stabile per tutta la vita e che porta con sé l’informazione su chi lo emette. Non è il timbro a renderlo riconoscibile: è la struttura stessa del fischio, la sua forma.
Quando in mare aperto due gruppi si incontrano, questi segnali servono soprattutto a una cosa: dichiarare la propria identità. Ma il passaggio davvero notevole l’hanno documentato Stephanie King e Vincent Janik. Un delfino può imitare il signature whistle di un compagno, e negli esperimenti di playback il destinatario riconosce il proprio segnale e risponde. Qualcuno lo sta chiamando, e lui lo sa.
Dire che “i delfini si chiamano per nome” resta, inevitabilmente, una traduzione umana di qualcosa che umano non è. Ma non è una traduzione campata in aria. In mezzo all’oceano c’è un animale capace di produrre un segnale che significa qualcosa di molto vicino a “sono io” — e un altro che può riprodurlo per rivolgersi proprio a lui.
Quello nello specchio sono io
Anche davanti a uno specchio i delfini hanno prodotto risultati notevoli. Nel classico mirror test — usato per studiare l’autoriconoscimento negli animali — due tursiopi osservati da Diana Reiss e Lori Marino usarono il riflesso per esaminare parti del proprio corpo che i ricercatori avevano marcato. Non si comportavano come se dall’altra parte ci fosse un altro delfino: usavano lo specchio per guardare sé stessi.
Attenzione, però, a non tirare la coperta troppo in là. Il mirror test misura una capacità molto specifica, e la sua interpretazione è ancora discussa: non risolve, da solo, la questione enorme della coscienza animale. Dice soltanto — ma è già parecchio — che quei delfini, davanti al riflesso, sapevano di stare guardando sé stessi.
Dormire senza smettere di respirare
Poi c’è un problema molto concreto. I delfini sono mammiferi: respirano aria, e devono risalire in superficie per farlo. Quando dormiamo, noi possiamo permetterci di perdere conoscenza per otto ore (almeno in teoria) perché il respiro va avanti da solo. Per un cetaceo non funziona così: deve restare abbastanza vigile da risalire e respirare, sempre.
La soluzione evolutiva è spettacolare: il sonno uni-emisferico. Un emisfero del cervello entra in una fase di sonno profondo mentre l’altro resta sveglio. Così il delfino continua a nuotare, emerge per respirare, tiene d’occhio ciò che gli succede intorno — a volte, letteralmente, con un occhio aperto. Mezzo cervello dorme, l’altro mezzo tiene in funzione la baracca.
E poi c’è la cultura
È forse la parola che sorprende di più. Siamo abituati a pensare alla cultura come a qualcosa di nostro: conoscenze e comportamenti che non ereditiamo nei geni, ma impariamo dagli altri e ci trasmettiamo a vicenda. Eppure è esattamente ciò che succede tra i delfini.
Nella baia di Shark Bay, in Australia, alcune femmine di tursiope cacciano infilando una spugna marina sul rostro, come un guanto, per frugare sul fondale sabbioso senza graffiarsi. Non lo fanno tutte: è una tecnica che passa soprattutto di madre in figlia, appresa per osservazione e conservata nel tempo. Popolazioni diverse — e perfino individui della stessa popolazione — sviluppano strategie di caccia proprie e se le tramandano.
Vuol dire che un giovane delfino non riceve soltanto dei geni. Riceve un modo di stare nel proprio mare. Ed è difficile trovare una definizione di cultura più essenziale di questa.
Il rovescio della meraviglia
C’è però un aspetto di tutto questo che tendiamo a lasciare fuori dall’inquadratura, ed è il più scomodo. Un animale con questa memoria, questi legami, questa vita sociale, paga il conto della propria intelligenza. Un tursiope che riconosce i compagni per vent’anni è anche un tursiope che li perde. E quella cultura fatta di piccoli saperi locali esiste solo finché esiste chi può insegnarla: quando una popolazione si assottiglia non si perdono soltanto individui, si perde un modo di vivere che non tornerà.
Non è una parentesi moralista. È solo il modo più onesto di prendere sul serio quello che i delfini sono. La meraviglia, se è vera, ha anche questo peso.
Chi sta osservando chi?
Quando incontriamo un delfino sott’acqua tendiamo a raccontarci l’esperienza dal nostro punto di vista. Ho visto un delfino. Ma dall’altra parte c’è un animale che riconosce individui, mantiene relazioni per decenni, dichiara la propria identità, impara dagli altri e vive dentro una rete sociale molto più fitta di quanto la parola “branco” lasci immaginare. E allora forse la frase va completata: ho visto un delfino. E un delfino ha visto me.
Chiunque ne abbia incontrato uno in acqua conosce quella sensazione difficile da spiegare: il suono dei click che sembra attraversarti il corpo, un animale che arriva a una velocità assurda, rallenta, cambia traiettoria e per qualche secondo resta lì. Tu lo osservi. Lui osserva te. Poi scompare nel blu.
E per qualche secondo non sai più bene dove finisca il mare e dove inizi tu.
Questa meravigliosa fotografia è una cortesia dell'eccellente fotografo subacqueo, e caro amico, Pietro Formis.