C’è una regola non scritta, in mare: se sei piccolo, molle e lento, ti serve un guscio. È la strategia che ha reso i molluschi uno dei gruppi di maggior successo del pianeta — chiocciole, lumache, conchiglie di ogni forma. Una casa portatile e blindata, dentro cui ritirarsi quando le cose si mettono male.
I nudibranchi hanno fatto l’esatto contrario. Hanno buttato via il guscio.
È da qui che conviene partire, perché è la decisione che spiega tutto il resto. Un animale senza corazza, senza velocità, senza denti degni di questo nome, dovrebbe essere semplicemente un bocconcino morbido che avanza piano su un fondale pieno di predatori. E invece i nudibranchi sono tra le creature meglio difese del reef. Tutto ciò che li rende straordinari — i colori impossibili, il veleno, le armi rubate, perfino il modo in cui fanno sesso — è la fattura di quel conto: il prezzo, e insieme il premio, di aver rinunciato alla protezione più ovvia.
“Branchie nude”
Il nome dice già molto. Nudibranchia significa “branchie nude”, e si riferisce a quei ciuffi piumati o a quei tubicini colorati che molte specie portano sulla schiena: organi respiratori esposti all’acqua, senza nulla che li ripari.
Sono molluschi gasteropodi, parenti stretti delle lumache di terra e delle chiocciole di mare. E il guscio, in realtà, ce l’hanno avuto: la larva di nudibranchio nuota nel plancton dentro una minuscola conchiglia, che però viene abbandonata al momento della metamorfosi. È come se, diventando adulti, decidessero di uscire di casa e di non tornarci mai più. Da quel momento vivono a corpo nudo, e devono reinventarsi la sopravvivenza da capo.
Le soluzioni che hanno trovato si dividono, a grandi linee, in due scuole di pensiero, che corrispondono ai due grandi rami del gruppo. Da una parte i doridi, con un ciuffo di branchie a rosetta al centro del dorso, spesso specializzati nel mangiare spugne. Dall’altra gli eolidi — come quello della foto — coperti di appendici chiamate cerata, e con un talento per il furto che merita un capitolo a parte.
Rubare le armi al nemico
È forse la storia più bella che i nudibranchi abbiano da raccontare, e riguarda proprio l’eolide che vedi qui sopra.
Quella specie di pianta di fuoco sul suo dorso è fatta di cerata: estroflessioni del corpo che ospitano, al loro interno, prolungamenti della ghiandola digestiva. Molti eolidi si nutrono di cnidari — idroidi, anemoni, gli stessi animali che ci fanno pensarci due volte prima di appoggiare una mano su una roccia — cioè di organismi armati di nematocisti, le cellule urticanti che sparano un filamento avvelenato al minimo contatto.
Il punto è questo: il nudibranchio riesce a mangiare quelle cellule senza farle esplodere. Le ingerisce, le trasporta intatte attraverso il sistema digerente fino alla punta dei cerata, e lì le immagazzina in sacche apposite — i cnidosacchi — pronte all’uso. Ha appena trasformato l’arma della sua preda nella propria difesa. Un pesce che prova a morderlo si ritrova in bocca lo stesso veleno che l’anemone avrebbe usato contro chiunque.
Come faccia esattamente a non innescare quelle cellule durante il pasto è ancora oggetto di studio. Ma il risultato è che esiste, in mare, un animale che si nutre di ciò che dovrebbe ucciderlo e ne ricicla le armi. E non è nemmeno il suo unico furto: alcune specie sequestrano dalle prede le alghe simbionti e se le “coltivano” nel corpo, sfruttandone la fotosintesi come una piccola centrale solare interna. I doridi mangiatori di spugne, dal canto loro, si appropriano dei composti chimici tossici delle spugne e li concentrano nella propria pelle. Comunque la si guardi, la filosofia è sempre la stessa: non ti serve fabbricarti un’arma, se puoi rubarla a chi ce l’ha già.
I colori sono un linguaggio
Chiunque abbia visto un nudibranchio dal vivo ricorda soprattutto una cosa: i colori. Arancioni elettrici, blu impossibili, gialli, viola, disegni che sembrano usciti da un pennarello. Ma quei colori non sono decorazione. Sono messaggi.
Nella maggior parte dei casi si tratta di aposematismo: la stessa strategia della vespa o della rana velenosa. Un colore acceso e ben visibile che, tradotto, significa “non mangiarmi”. Ed è un messaggio onesto, perché — come abbiamo visto — la tossina, rubata o prodotta, di solito c’è davvero. Altre specie giocano la carta opposta, il mimetismo: si confondono così bene con la spugna o l’idroide su cui vivono e di cui si nutrono da diventare quasi invisibili.
Qui si nasconde una delle cose più affascinanti, e più scomode, per chi cerca di catalogarli. Certe specie sono così simili tra loro da poter essere distinte solo al microscopio o con l’analisi genetica. Il “ballerino spagnolo”, Hexabranchus sanguineus, è stato considerato una sola specie per quasi due secoli, finché nel 2023 uno studio molecolare non ha mostrato che sotto quel nome si nascondevano almeno cinque specie diverse. È il modo in cui la natura ci ricorda, con garbo, che il numero di nudibranchi che crediamo di conoscere — oggi oltre 3.500 specie descritte — è quasi certamente una sottostima, e continua a salire a ogni spedizione.
Dal millimetro al ballerino
A proposito di taglie: qui la natura si diverte parecchio. Si va da specie di pochi millimetri, praticamente invisibili a occhio nudo, fino a giganti come lo stesso ballerino spagnolo, che può raggiungere i 40 centimetri di lunghezza ed è tra i nudibranchi più grandi in assoluto.
E il ballerino si concede pure un lusso raro tra i suoi parenti: sa nuotare. Quando viene disturbato srotola il mantello — rosso acceso sopra, orlato di bianco — e si allontana con ondulazioni ritmiche del corpo che ricordano la gonna di una danzatrice di flamenco. Da cui il nome. È uno spettacolo che chi ha avuto la fortuna di vederlo in immersione notturna non dimentica facilmente.
Il sesso più complicato del reef
I nudibranchi sono ermafroditi simultanei: ogni individuo possiede contemporaneamente organi maschili e femminili, e durante l’accoppiamento li usa entrambi. Due nudibranchi che si incontrano non devono stabilire “chi fa cosa”: fanno tutti e due, nello stesso momento, fecondandosi a vicenda.
C’è un dettaglio logistico delizioso. L’apertura genitale si trova sul lato destro del corpo. Il che significa che, per accoppiarsi, i due devono affiancarsi fianco destro contro fianco destro — cioè disporsi testa-coda, rivolti in direzioni opposte. Un piccolo vincolo anatomico che li obbliga a una coreografia molto precisa.
E poi c’è il caso che, francamente, li batte tutti. Nel 2013 un gruppo di ricercatori guidato da Ayami Sekizawa documentò il comportamento riproduttivo di Chromodoris reticulata, un doride del Pacifico. Dopo ogni accoppiamento, l’animale si stacca il pene e lo abbandona. Non è un incidente: l’organo è arrotolato all’interno del corpo come una manichetta antincendio, e una volta persa la porzione esterna l’animale rigenera quella successiva, pronto ad accoppiarsi di nuovo nel giro di circa 24 ore. Come se non bastasse, il pene è ricoperto di minuscole spine rivolte all’indietro, che a quanto pare servono a rimuovere lo sperma di eventuali rivali già depositato nella partner. È l’unico animale conosciuto capace di accoppiarsi ripetutamente con “peni usa e getta”. La natura, come si dice, non smette mai di sorprendere.
Il rovescio della meraviglia
C’è un prezzo, in tutta questa specializzazione, ed è il prezzo di chi ha puntato tutto su poche mosse eseguite alla perfezione. Moltissimi nudibranchi mangiano una sola cosa: quella specie di spugna, quell’idroide, quell’anemone. Fuori da quella dieta non sopravvivono. È il motivo per cui, per quanto splendidi, non hanno quasi mai senso in un acquario: senza la loro preda specifica si lasciano semplicemente morire. La bellezza che li rende oggetti del desiderio è inseparabile dalla dipendenza che li rende impossibili da tenere.
E la stessa specializzazione che li fa vulnerabili nelle nostre vasche li rende fragili nel loro mare. Se scompare la preda, scompare il predatore. È anche per questo che i biologi li tengono d’occhio: la comparsa o la sparizione di certe specie lungo una costa è un indicatore sensibile di come stanno cambiando le temperature dell’acqua. Sono piccole spie viventi. E molte specie vivono pochissimo — da poche settimane a circa un anno, anche se alcune delle più grandi possono vivere più a lungo — il che rende ogni incontro, in un certo senso, un colpo di fortuna a tempo.
Nudo, lento, e per niente indifeso
Torniamo da dove siamo partiti. L’istinto, davanti a un nudibranchio, è di trovarlo semplicemente grazioso: una macchiolina di colore su una roccia, lenta al punto da sembrare indifesa. Ma “indifeso” è esattamente la parola sbagliata.
Quella creatura ha rinunciato alla corazza e in cambio è diventata un chimico, un ladro d’armi, un cartello pubblicitario vivente e un capolavoro di improvvisazione evolutiva. Non fugge perché non ne ha bisogno: porta le sue difese scritte addosso, a colori. Nudo, lento e assolutamente mortale — come dice la didascalia — è in realtà il ritratto più preciso di cosa significhi sopravvivere senza barare, giocando fino in fondo ogni carta che l’ambiente ti mette in mano.
La prossima volta che ne incontri uno in immersione, prova a fare la cosa più difficile: fermati alla sua velocità. Restagli accanto per qualche minuto. Non sta scappando, non ha fretta, non ha niente da nascondere — anzi, ha tutto in mostra. È lì, a corpo nudo, su un pianeta pieno di bocche affamate, e se la cava benissimo. Roba da duri, appunto.
Questa meravigliosa fotografia è una cortesia dell'eccellente fotografo subacqueo, e caro amico, Pietro Formis.