Frogfish: la pazienza armata

Frogfish: la pazienza armata

Guardiamolo: questa fotografia perfetta di Pietro Formis rende semplice farlo. Bocca spalancata, occhi fissi, le pinne aperte come braccia pronte alla rissa: sembra proprio che ci stia urlando contro. Viene spontaneo pensare che il pesce rana, o frogfish come lo chiamano tutti i diver, sia arrabbiato con il mondo. Ma non è così. Quella bocca aperta non è un urlo e nemmeno un modo per fare scena: naturalmente non ci dice niente del suo umore, dice però tutto di chi è e di quale sia il suo mestiere. È il gesto di un predatore che ha già deciso, e che è pronto a mettere in atto il proprio piano con la rapidità di un lampo.

La foto lo ritrae per come lo si vede di solito, cioè quando non sta facendo apparentemente nulla. Ed è proprio quel “nulla” la sua arma più efficace: il frogfish non nuota veloce come un barracuda, non ha la corazza di un pesce scatola e non ha la dentatura di uno squalo. Ha qualcosa di più raro, e che sott’acqua è spesso ancora più efficace: ha una strategia, ma soprattutto la pazienza per applicarla.

Prima di andare avanti, una presentazione. Il frogfish non è una sola specie ma un’intera famiglia, quella degli Antennaridi, cugini della rana pescatrice che si trova al mercato: più di 45 specie, diffuse nei mari tropicali di tutto il mondo. Le più piccole, da adulte, non superano i nove centimetri, e quelli che ho incontrato io erano ben più piccoli di così; la più grande, il frogfish di Commerson, arriva invece a 45 centimetri. Nel Mediterraneo, però, non ce n’è nemmeno una.

Non insegue. Non scappa. Aspetta.

Il pesce rana passa la vita quasi immobile, appoggiato sul fondo o su una spugna, mimetizzato così bene da sembrare parte del paesaggio. Può cambiare completamente colore nel giro di qualche settimana, adattandosi a ciò che ha intorno: se quello della foto ha scelto il giallo e il bordeaux, lo si deve alle spugne su cui vive.

Di frogfish ne ho visti pochi, ma il ricordo più nitido che ho è proprio questo: ero in Thailandia e, quando qualcuno me lo ha indicato, non potevo metterlo a fuoco. Sapevo che era lì, seguivo il dito puntato del mio buddy, ma continuavo a vedere solo rocce. Poi, all’improvviso, il disegno si è ricomposto: la bocca, l’occhio, la pinna. E da quel momento ritrovarlo è diventato quasi facile, come quando si scopre la figura nascosta in un’illusione ottica e non si riesce più a non vederla.

Ma ciò che anche per noi è un gioco di pazienza, per le sue prede è una condanna. Il frogfish non le insegue mai: aspetta che siano loro ad arrivare.

Una canna da pesca in testa

Naturalmente l’arrivo delle prede non è lasciato al caso, nessun vero stratega lo farebbe. Tanto meno uno che si è evoluto per applicare una tecnica più che precisa. E usa uno stratagemma da pescatore consumato. La sua pinna dorsale comincia con tre spine che si trovano sulla testa: la prima, quella anteriore, si è trasformata nella sua canna da pesca. Si chiama illicium e in cima ha un’esca, a volte a forma di piccolo verme, a volte di gamberetto o di pesciolino. Nella foto di Pietro si vede bene: è quell’antenna bianca e marrone che spunta proprio tra gli occhi.

Il pesce rana la muove lentamente, se la fa danzare davanti alla bocca, mentre il resto del corpo resta perfettamente immobile. Un qualsiasi curioso che si avvicina per mangiare il “verme” viene mangiato. E senza via di scampo, perché quando si accorge di quello che sta succedendo, in realtà è già finita.

Appunto la stessa strategia di un pescatore che aspetta paziente sul molo, con però una differenza sostanziale: il frogfish non torna mai a casa a mani vuote.

Sei millisecondi

Quando la preda è abbastanza vicina, succede tutto in un tempo per noi nemmeno percepibile. La bocca si spalanca, l’acqua viene risucchiata insieme alla preda, le fauci si richiudono ed il pasto è già in tavola: tutto in circa sei millisecondi. Per avere un’idea di quanto durino, basta pensare che un battito di ciglia impiega dai cento ai centocinquanta millisecondi per compiersi del tutto.

In pratica, la preda non viene mangiata: smette di esistere prima che il mondo si accorga che è passato del tempo. Può anche essere che, quelli che ho visto sott’acqua, mi abbiano banchettato davanti agli occhi senza che io abbia avuto modo di percepire alcun movimento. Un’ipotesi realistica, e piuttosto inquietante.

Una bocca che si espande dodici volte

Il segreto della sua strategia non si limita però solo alla mimetizzazione, alla pazienza, alla rapidità e alla trappola dell’illicium. Manca ancora un dettaglio per rendere questo quadro del tutto perfetto: la sua bocca può aumentare il proprio volume fino a dodici volte. È così che il risucchio non lascia scampo, ed è così che il frogfish può facilmente cibarsi di prede grandi come lui, se non anche il doppio.

Per un animale che non insegue nessuno, anche questa è una scelta spietatamente logica: se le occasioni vanno aspettate, ognuna va sfruttata fino in fondo. Va ottimizzata. E se la preda è troppo grande per essere digerita in fretta, poco importa: al frogfish, come abbiamo visto, tempo e pazienza certo non mancano.

Perché cammina?

Un’altra cosa che sorprende chi lo vede per la prima volta è il modo in cui si sposta. Il pesce rana nuota poco e male, e quando deve cambiare posto lo fa camminando sul fondo, usando le pinne pettorali e ventrali come piccole zampe.

Naturalmente non si tratta di un difetto evolutivo, ma di coerenza. Un predatore che vive di mimetismo e di immobilità non ha bisogno di correre, ma di muoversi senza farsi notare. Un passo alla volta, da un nascondiglio all’altro.

Cosa succede se incontra un altro frogfish?

Qui la storia prende una piega ancora più pragmatica. Il frogfish mangia quello che gli passa davanti, e a volte quello che gli passa davanti può essere un altro frogfish. Succede di rado, ma succede. E, se succede, già sappiamo come andrà a finire.

Tutto sommato è il rovescio della medaglia in un’esistenza basata sull’agguato e sulla logica di ottimizzazione: chi aspetta tutti, prima o poi aspetta anche i propri simili. Che, quando arrivano, vengono trattati come qualsiasi altro.

Non è arrabbiato

Adesso quindi sappiamo che nel frogfish in foto non c’è alcuna rabbia, solo la consapevolezza di un piano preciso che si è sviluppato non lasciando nulla al caso. Restare immobili, lasciar lavorare l’esca, colpire una volta sola, ma definitivamente e nel momento giusto. Quindi no, quel pesce non è arrabbiato: ha solo già deciso.

Ma a chi va sott’acqua, il frogfish insegna anche qualcos’altro. Per vederlo bisogna fare un po’ come lui: rallentare, smettere di cercare e restare fermi finché il disegno non si ricompone. E per farlo servono tempo e un assetto perfetto, di quelli che si allenano con un corso di specialità come Peak Performance Buoyancy. Quando poi lo si vede, si capisce che quell’animale era lì da sempre. Eravamo noi a non essere ancora abbastanza fermi.


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Pesce rana giallo con macchie bordeaux, visto di fronte con la bocca spalancata e le pinne pettorali aperte

Foto di Pietro Formis, che ringraziamo di nuovo.

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