Immersioni avanzate: 5 segnali

Immersioni avanzate: 5 segnali

C’è un momento, nella vita di ogni subacqueo, in cui si smette di pensare all’attrezzatura, alle skill imparate, così come a cosa dover fare in modo “meccanico”. E quello, in poche parole, è il momento in cui si comincia semplicemente a immergersi e vivere la subacquea come una realtà acquisita. Non è un punto di arrivo, ma in realtà il punto di partenza in cui tutto diventa ancora di più un’esperienza che accelera la curva di apprendimento.

Quel momento però non arriva con un brevetto né con un numero preciso di immersioni sul logbook: arriva quando le cose che all’inizio richiedevano tutta la nostra attenzione diventano naturali, quasi automatiche. Ed è lì che il diving cambia completamente, e che si diventa effettivamente dei diver.

In questi anni di insegnamento ho visto questo passaggio moltissime volte, così come l’ho visto arrivare in momenti ed in modi diversi a seconda della persona che avevo davanti. Così ho imparato che la domanda giusta non è “quante immersioni ho fatto?”, ma “come mi sento quando sono sott’acqua?”. Perché prima di andare più in profondità, prima di affrontare una corrente importante o esplorare un relitto, conta soprattutto una cosa: la consapevolezza di essere pronti. E, come ho già detto e ripeterò tante altre volte, essere consapevoli significa essere sicuri, e senza sicurezza non ci può essere puro divertimento.

Nella mia esperienza ho identificato cinque segnali che dicono meglio di qualsiasi tabella quando questo momento arriva. Chissà che non ne riconosciamo già qualcuno. O magari tutti.

Segnale n°1: L’assetto è naturale

All’inizio l’assetto è una piccola battaglia: troppo leggeri, poi troppo pesanti, un colpo di inflatore, uno di scarico, e di nuovo da capo. Un respiro troppo profondo che porta verso la superficie, la posizione del corrugato sbagliata che non sortisce il risultato sperato. Tanti dettagli che fondamentalmente ci trasformano in uno yo-yo subacqueo incapace di guardarsi attorno lasciandoci perennemente concentrati sul provare a rimanere stabili. E più ci si concentra più in realtà ci si muove in un modo che fa sghignazzare i pesci.

Poi, un giorno, tutto cambia: ci si accorge di non pensarci più. Il corpo resta nella posizione che vogliamo, e per salire di mezzo metro o sfiorare il fondale basta un respiro più pieno o uno più lento. È questo che considero il primo segnale perché è proprio questa la base di tutto il resto.

Nelle immersioni più complesse ogni movimento deve essere scelto, e un assetto incerto diventa un pensiero in più proprio in un momento in cui ne servono il meno possibile. Non a caso, quando costruiamo un Advanced Open Water su misura, l’immersione di Massima Esecuzione d’Assetto (in inglese la Peak Performance Buoyancy) è quasi sempre tra quelle che consigliamo. Un’Adventure Dive che, personalmente, considererei obbligatoria così come già lo sono la Profonda e la Navigazione Avanzata. E chi sceglie di approfondirla con il relativo corso di specialità, di solito, ha già capito qual è il punto di partenza giusto per diventare un diver completo.

Segnale n°2: Consumi stabili

Il secondo segnale, per altro legato a doppio filo con il precedente, si legge sul manometro. E, per la precisione, si legge prima ancora di guardarlo. Quando la respirazione diventa regolare, i consumi smettono di essere una sorpresa. Si sa già, più o meno, quanta aria è rimasta, e il dovuto sguardo al manometro diventa solo una conferma, non una scoperta.

Questo non solo significa che il diver è cosciente delle proprie performance, ma cambia tutto nella pianificazione di un’immersione. Un consumo stabile permette di prevedere quanto durerà un tuffo, di scegliere profili più impegnativi e di farlo senza il rischio di sottostimare le proprie esigenze d’aria. Ed è proprio la pianificazione, insieme alla profondità, uno dei temi centrali della Deep Dive dell’Advanced o del relativo corso di specialità.

Senza contare che il consumo dell’aria, almeno per molti diver novizi, è lo spauracchio numero uno. E lo dico con cognizione di causa perché, e non sto scherzando, mai ho incontrato un diver che fosse peggiore di me quando ero alle prime armi. Superare il loop negativo che porta a pensare costantemente ai propri consumi, a continuare a cercare nel manometro la speranza di star respirando meno, arrivando ad essere coscienti “al bar” di quanto rimane nella propria bombola, è quindi un momento di svolta fondamentale. È quello il giorno in cui cuore, polmoni e testa iniziano a lavorare insieme nella stessa direzione trasformando un circolo vizioso in uno virtuoso.

Come si educa tutto questo? Ci sono solo due modi, e uno ovviamente si integra all’altro con uguale importanza: appunto lavorando sul proprio assetto e praticandolo il più possibile, di immersione in immersione.

Segnale n°3: Lucidità sotto stress

È giusto che ogni diver sappia e tenga sempre in considerazione che il mare non chiede mai il permesso. Una corrente che arriva all’improvviso, la visibilità che cala, l’acqua più fredda del previsto, un piccolo problema con l’attrezzatura: prima o poi qualcosa di inaspettato succede a tutti e, ci piaccia o non ci piaccia, bisogna farsi trovare pronti.

Essere un bravo diver non significa non avere mai problemi. Chiaramente la maggior parte delle criticità si può prevenire applicando sempre la filosofia del safety first, ma a volte potrebbe comunque non bastare. E in quei casi la differenza la fa il modo in cui la criticità viene gestita.

Chi è pronto a salire di livello non si lascia travolgere: si ferma, respira, pensa e poi agisce. Più le immersioni si fanno impegnative, più la sicurezza dipende da questa calma, che per altro si traduce in respirazione e ci riporta al segnale 2. È una capacità che si costruisce un passo alla volta, anche con un istruttore. Ma la vera chiave è una sola: passare tempo sott’acqua, imparando a conoscere il mare e noi stessi quando ci siamo dentro.

Qui serve pazienza. Ai miei allievi lo dico sempre: qualunque problema tecnico capiti, oggi o tra dieci anni, la soluzione sta nelle skill imparate durante il corso Open Water. Ma la calma per applicarle arriva solo con l’esperienza: il vero insegnante, in questo, è il mare stesso.

Segnale n°4: Attenzione al buddy

All’inizio è normale pensare soprattutto a se stessi: c’è tanto da gestire e non può stupire nessuno che un diver alle prime armi badi innanzitutto a sé. Poi però, di immersione in immersione, lo sguardo si allarga. Si comincia a notare dove si trova il compagno, come respira, se ha qualche dettaglio fuori posto, e la comunicazione con lui diventa fluida, fatta di pochi gesti e molta intesa. Ed è quello il momento in cui si iniziano a leggere sempre di più le espressioni ed i movimenti di chi ci affianca.

Con l’aumentare del livello di difficoltà di un’immersione, il sistema di coppia diventa sempre più centrale: in un tuffo impegnativo siamo gli occhi del nostro buddy, e lui i nostri. E chi sente di essere arrivato a questo punto ha già in mano un pezzo del percorso che porterà, più avanti, alla saggia decisione di intraprendere un corso Rescue Diver: quella parte della formazione che sposta l’attenzione dalle proprie capacità alla sicurezza di chi ci sta di fianco.

D’altronde è logico: nessuno può effettivamente aiutare gli altri se ancora sente il bisogno istintivo di dover badare a sé.

Segnale n°5: Saper dire di no

L’ultimo segnale è il meno spettacolare, ma è il più importante. Essere pronti per immersioni più avanzate significa anche saperci rinunciare quando la forma fisica non è quella giusta, quando la testa è altrove, quando c’è qualcosa, a livello tecnico o personale, che non convince fino in fondo.

Sembra un paradosso, ma è la prova di maturità più chiara che io conosca. Sapersi fermare al momento giusto è la qualità più sottovalutata di un buon diver, ed è quella che distingue chi si prende davvero le proprie responsabilità da chi semplicemente crede di farlo. Ne avevamo parlato anche a proposito dei viaggi sub: arrivare preparati e conoscere i propri limiti è sempre la prima forma di sicurezza.

A proposito di paradossi: più di una volta ho visto la sorpresa sul volto di diver che avevano deciso di non immergersi, quando ho teso loro la mano per fargli i complimenti. Istintivamente in tanti si sentono deboli, inadeguati, quasi in imbarazzo nel dire “no”. Per me è l’esatto contrario: sono proprio loro a dimostrarsi i più forti, e i più pronti a vivere la subacquea nel modo giusto.

E adesso?

Se riconosciamo in noi quasi tutti questi segnali, probabilmente è il momento di fare un passo avanti. Non per collezionare un brevetto in più, ma per avere più libertà e per espandere i propri orizzonti sottomarini: più profondità, più autonomia, più posti da scoprire. Se invece ne manca ancora qualcuno, va benissimo così: ogni immersione sarà appunto un’occasione per lavorarci e non bisogna mai sentire alcun tipo di fretta nell’accelerare tempi che né possono né devono venire accelerati.

E c’è un altro aspetto da considerare e che spiego sempre alle persone a cui insegno immergersi, cioè che il diving è fatto di autovalutazione: che si parli di assetto, di calma o di attitudine, noi istruttori siamo sicuramente capaci di cogliere segnali e di dare consigli di conseguenza, ma solo il diver stesso sa davvero come si sente e se il modo in cui si immerge risponda al 100% al modo in cui vorrebbe immergersi. E anche questo fa parte della nostra vecchia cara consapevolezza.

Il diving, in fondo, non è una gara a chi va più giù. È imparare a stare bene sott’acqua, ad essere felici, a sentirsi sicuri e a proprio agio, ogni volta un po’ di più.

Sei pronto ad andare oltre? Che sia un Advanced Open Water, un corso di specialità o qualche immersione privata per allenare quello che ancora manca, a Lanzarote lo costruiamo su misura, con un istruttore solo per te. Scrivici e partiamo da dove sei.

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