Viaggio sub: 5 errori comuni

Viaggio sub: 5 errori comuni

 

Diversi mesi di attesa, un volo prenotato, la borsa dell’attrezzatura pronta da settimane. Tutto è pronto per la vacanza che sogniamo da tempo. Poi però, una volta lì, il viaggio non assomiglia per niente a come lo avevamo immaginato. Magari non è un incubo, ma nemmeno un sogno. E quasi mai è colpa del mare: il più delle volte sono piccoli errori di preparazione che sulla terraferma sembrano dettagli, ma che sott’acqua si fanno sentire con tutto il loro peso.

Negli anni mi è capitato molto spesso di vedere diver arrivare con i loro trolley da subacquea pieni di questi errori. Valigie rese pesanti da quelle che possiamo chiamare vere e proprie leggerezze. Delle quali le principali sono di solito cinque: nessuna delle quali è di per sé grave, ma insieme (magari accompagnate da un po’ di sfortuna) bastano a trasformare la vacanza che aspettavamo da un anno in una settimana di fatica e immeritata frustrazione. C’è però una buona notizia: sono errori facili da evitare: tutto sta nel pensarci in anticipo e non sottovalutare mai le conseguenze che potrebbero avere.

Nel diving le soluzioni si trovano sempre lì: nella vecchia cara prevenzione.

Quali sono gli errori che più spesso vedo commettere da chi arriva pronto per la sua tanto agognata vacanza?

Errore n°1: Arrivare fuori forma

Un viaggio di subacquea è un piacere, un grande piacere, ma può anche essere piuttosto impegnativo fisicamente. Ore di volo e di trasferimenti, borse pesanti, uscite in barca, ingressi e risalite con l’attrezzatura addosso, continui sbalzi di temperatura entrando ed uscendo dall’acqua e dalla muta: il corpo lavora molto più di quanto sembri.

E quando siamo stanchi, il primo a pagare è il nostro respiro. L’affanno fa consumare più aria, la fatica toglie lucidità, e un’immersione che dovrebbe essere rilassante diventa una prova di forza contro uno stato fisico quanto meno avverso. Non serve essere atleti per evitarlo, ma qualche accorgimento da prendere in anticipo sì.

Abbiamo in programma un viaggio di diving nelle prossime settimane? Allora è il momento di fare qualche passeggiata in più, magari a passo svelto. Così come un po’ di nuoto o anche solo qualche esercizio a corpo libero. Non è questione né di scolpirsi né di rivoluzionarsi, ma solo di sentirsi meglio. E parte del sentirsi meglio sta anche nel riposare bene, soprattutto la notte prima del primo tuffo.

Se poi abbiamo un qualche dubbio riguardo alla nostra tenuta fisica, niente è meglio che un controllo medico specifico: molti centri diving e quasi tutte le crociere chiedono un certificato o un questionario sanitario. Averlo già in valigia ci fa partire sereni al 100%. E la serenità è la prima alleata di un corpo rilassato e pronto a venire usato per quello che più ci piace.

Errore n°2: Portare l’attrezzatura sbagliata

Tutti i diver amano viaggiare con la propria attrezzatura. È comprensibile: la conosciamo, ci fidiamo, ci sta come un guanto. Ma non sempre è quella giusta per dove stiamo andando. E non sempre è necessario portarsi tutto quello che abbiamo.

L’esempio più classico è la muta. Nelle acque tropicali una 3 mm è spesso più che sufficiente; a Lanzarote, dove l’acqua passa dai circa 18 °C dell’inverno ai 23–24 °C di fine estate, la stessa muta ci fa uscire dall’acqua con i brividi dopo mezz’ora. Ma vale naturalmente anche il contrario (con grande effetto sull’ingombro e il peso del bagaglio) quando viaggiamo con una muta 7 mm, o magari una semistagna, verso mete in cui molto meno è già più che sufficiente.

E poi ci sono i dettagli che si scoprono troppo tardi: l’erogatore che non vede una revisione da due stagioni, la maschera nuova mai provata, il computer con la batteria al limite se non addirittura scarica (magari perché l’ultima volta che è stato usato, mesi prima, ancora si accendeva).

Insomma, come risolvere alla radice ogni possibile problema di attrezzatura? Tanto per cominciare informandosi con anticipo sul tipo di immersioni che si faranno, sulla temperatura dell’acqua, sugli accessori necessari come su quelli invece destinati a rimanere sul fondo della borsa. Ma, oltre a questo, anche con la pratica: già solo un tuffo in piscina ci può dare riscontri preziosi per anticipare tante noie, se non addirittura problemi.

Detto questo, due consigli gratis: la revisione degli erogatori facciamola sempre al termine di un viaggio di diving, non subito prima. Ma soprattutto ricordiamoci che la muta giusta ci aspetta quasi sempre là dove andiamo: il diving center che ci ospiterà avrà con ogni probabilità quella ideale per le acque in cui ci porterà a immergerci (meglio chiedere prima). Già solo questo ci risparmierà chili di bagaglio e tanti imbarazzi.

Errore n°3: Fare troppe immersioni

Ben sappiamo che ogni diver in viaggio vuole immergersi il più possibile: è la sua passione, ha pagato il volo e il mare è lì, perché non farne una in più piuttosto che in meno? Perché, come si dice, “il troppo stroppia”. Quando non siamo abituati ad immergerci regolarmente, dopo il terzo giorno la stanchezza si accumula e la lucidità in acqua diminuisce. E con essa anche il piacere per le immersioni stesse. Un po’ come mangiare ad oltranza una volta che si è già seduti al tavolo del proprio ristorante preferito.

La soluzione è un programma tagliato sulla nostra condizione fisica e sull’abitudine a stare in acqua che abbiamo avuto ultimamente, considerando come oro (e non come una perdita di tempo ed opportunità) qualche pausa vera nel mezzo. Meglio due immersioni ricordate per sempre che quattro dimenticate entro sera, se non addirittura maledette a causa di fatica e stress. La qualità batte sempre la quantità, a maggior ragione quando c’è di mezzo non solo il nostro piacere, ma anche la nostra sicurezza. Per esempio, quando costruiamo con i nostri clienti i loro pacchetti di esperienze private a Lanzarote, enfatizziamo l’importanza del loro ritmo personale, e non quello dei giorni di permanenza che inevitabilmente passano, ma che non vanno riempiti per forza a discapito di comfort e piacere.

E poi c’è l’ultimo giorno. Dopo le immersioni serve tempo prima di prendere l’aereo: come sappiamo le linee guida del DAN indicano almeno 12 ore dopo una singola immersione e almeno 18 ore dopo immersioni ripetute. Ma perché non scegliere subito di concedersene 24, godendosi un giorno di relax intanto che l’attrezzatura asciuga a dovere, magari in riva allo stesso mare che ci ha felicemente accolto sotto la sua superficie?

Errore n°4: Ignorare il contesto

Ogni destinazione ha le sue regole, ogni sito di immersione ha una sua personalità fatta di temperatura dell’acqua, correnti, visibilità, condizioni stagionali, ingressi da riva piuttosto che dalla barca, ore di navigazione per raggiungere i siti. Tutti dettagli che sulla brochure non si vedono, ma che una volta lì cambiano tanto l’esperienza a cui si va incontro.

Un sito con corrente forte può essere magnifico per chi è abituato e faticoso per chi ha fatto le ultime immersioni in un lago. Una crociera in liveaboard ha ritmi diversi da una vacanza con le uscite in giornata. Le immersioni profonde piacciono a tutti, ma solo a patto di esserne davvero pronti sia in termini di certificazione che di condizione fisica e mentale. La soluzione? Studiare in anticipo il tipo di subacquea in cui ci troveremo, chiedere a chi lavora sul posto. E, se manca qualcosa, prendersi il tempo per colmare il vuoto prima di partire, o magari pianificare un Advanced Open Water o un corso di specialità come Nitrox o Deep prima di confrontarsi con siti per i quali, in buona sostanza, non si è semplicemente pronti. Nella subacquea la preparazione è sinonimo di sicurezza, e come è possibile divertirsi quando la sicurezza non viene garantita innanzitutto da noi stessi?

Errore n°5: Pensare solo al diving

Il bello della subacquea è che ci porta in posti sempre diversi, e quasi sempre straordinari anche sopra la superficie. Passare una settimana tra barca, bombole e briefing senza vedere altro è un’occasione persa a livello personale.

Mi è capitato diverse volte di avere a che fare con clienti che hanno fatto e rifatto tutti i siti di immersione del luogo in cui lavoravo, in certi casi addirittura immergendosi per due o tre volte al giorno nello stesso punto. E va benissimo, se questa è la loro passione, ma ho sempre considerato un peccato vederli andare via senza avere nessuna percezione del posto in cui sono stati.

Le giornate a terra, come abbiamo detto, non sono tempo rubato al mare, ma anzi, spesso sono un momento necessario per poi concedersi al mare nella migliore condizione possibile: sono riposo per il corpo e spazio per la testa. Permettono di tornare in acqua più freschi, più attenti, con più voglia. E il viaggio dopo si ricorda per intero, non solo per i minuti passati sul fondo.

In questo caso, quindi, la soluzione sta nel preparare il viaggio includendo anche qualche attività in superficie. A Lanzarote, per esempio, tra un’immersione e l’altra ci sono vulcani da attraversare, vigneti nati nella lava, onde da surfare: in poche parole un’isola da scoprire che sa come lasciare a bocca aperta anche quando si va oltre la subacquea.

I dettagli fanno la differenza

Forma fisica, attrezzatura, ritmo, contesto, tempo libero. Niente di tutto ciò (almeno nella maggior parte dei casi) rovina un viaggio da solo, ma sono tutti pezzetti che, uno ad uno, ci tolgono qualcosa. Messi insieme poi, fanno la differenza tra una settimana di fatica e una che racconteremo per anni.

Senza dimenticare che, se la Legge di Murphy esiste, quando si parla di mare vale doppio: meglio anticiparla evitando di esporle il fianco sottostimando aspetti che possono venire gestiti in tutta calma badando ad ogni dettaglio che riguarda la nostra preparazione.

Stai pensando al prossimo viaggio sub? Scopri i nostri viaggi o scrivici: lo costruiamo insieme, un dettaglio alla volta. Senza lasciare davvero nulla al caso.

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