Battesimo del mare: 5 cose

Battesimo del mare: 5 cose

Prima di un battesimo del mare ci si immagina di tutto. E va bene così. Bombole pesantissime, orecchie che esplodono. L’acqua che sovrasta, che entra ovunque. La sensazione di non riuscire a respirare. Nella maggior parte dei casi sono scenari costruiti in superficie, guardando il mare da fuori, e quasi mai assomigliano a quello che succede davvero una volta sotto.

Di battesimi ne ho fatti a migliaia con persone di tutto il mondo, e tra le dinamiche più comuni ne spiccano due: la preoccupazione di trovare sott’acqua una ragione di claustrofobia che fa tremare le gambe a pensarci, e il viso luminoso da bambini felici quando si riemerge a cose fatte.

Eh sì, posso dire che le paure di chi prova sono quasi sempre le stesse. E sono spesso sbagliate, o almeno molto più grandi del necessario. Il motivo è semplice: quando ci immaginiamo una cosa viene naturale proiettarne tutte le sensazioni negative (anche quando in realtà sono infondate), mentre viene molto più difficile farlo con quelle belle. Ed ovviamente non è una colpa, è solo il cervello umano che funziona così.

Ma c’è anche un’altra questione: nessuno ci racconta prima come funziona davvero un battesimo. Un po’ perché chi si immerge da anni lo dà per scontato, un po’ perché, come abbiamo appena detto, chi non l’ha mai fatto non riesce a figurarselo.

Ecco allora le cinque cose che di solito nessuno dice prima di un battesimo del mare. Nonché i cinque punti di partenza che uso io per spiegarlo a chi mi chiede come sia e cosa si provi. E mi permetto subito uno spoiler: sono tutte a nostro vantaggio.

Fatto n°1: Respiri normalmente

La paura più diffusa è anche la più comprensibile: come si fa a respirare sott’acqua? La risposta è sorprendentemente banale. Si respira da un erogatore, che si tiene in bocca come uno snorkel (il boccaglio è praticamente lo stesso). Anzi, respirare così è ben più semplice: quando facciamo snorkeling dobbiamo infatti “tirare” l’aria attraverso il tubo, mentre un erogatore è tecnicamente una valvola a domanda che ci lascia ricevere l’aria esattamente quando e come la chiediamo noi.

Proprio per questo, quando porto qualcuno a fare un battesimo, la prima cosa che faccio è chiedere di galleggiare con il viso in acqua semplicemente respirando. Prima piano piano, sorseggiando lentamente l’aria, poi a pieni polmoni: il mio obiettivo non è solo che si rendano conto che l’aria arriva sempre, ma soprattutto che arriva esattamente come viene chiesta. Così, se durante l’immersione il cervello chiede un respirone per essere sicuro di ricevere tutta l’aria che vuole, chi prova già sa di poter stare sereno.

L’unico vero fastidio è un altro, ed è un compromesso che va semplicemente accettato: in immersione si respira solo con la bocca. Il naso resta chiuso dentro la maschera e, all’inizio, il corpo cerca di usarlo per abitudine. Ma è un piccolo prezzo a cui ci si adatta in poco tempo, tanto più perché permette di respirare sott’acqua e questo non ha prezzo.

La scena è di solito la stessa: le persone scendono, continuano ad espirare con il naso e io vedo le bollicine uscir loro dalla maschera. Poi, qualche minuto dopo, già non succede più.

Tra l’altro tutto questo si sposa con una regola fondamentale, anzi, la regola fondamentale della subacquea: sott’acqua non si trattiene mai il respiro. Si respira sempre, lenti e regolari, proprio come in superficie. Ogni tanto vedo qualcuno preoccuparsi all’idea di dimenticarsene, e poi lo vedo sorridere una volta che lo invito a considerare che è esattamente quello che fa dal primo istante della sua vita.

Fatto n°2: Non serve nuotare bene

“Ma io non sono un gran nuotatore”, quante volte ho sentito questa frase, spesso pronunciata come una vera e propria confessione. Anche qui c’è una buona notizia: sott’acqua ci muoviamo in un modo che ben poco ha a che fare con il nuoto in superficie. L’obiettivo non è coprire rapidamente la distanza di una vasca, ma il contrario: andare il più piano possibile, con spinte leggere delle pinne, mentre l’attrezzatura fa gran parte del lavoro di galleggiabilità.

Il giubbotto, il GAV, ci tiene in equilibrio: né a galla né sul fondo, sospesi. È la sensazione che molti descrivono come la cosa più vicina al volo, e non richiede nessuna prestazione atletica. Si chiama assetto neutro ed è l’istruttore a gestire l’attrezzatura per raggiungerlo subito. In verità meno ci si muove più ci si gode l’immersione, proprio perché la sensazione di “mancanza di gravità” risulta piacevole. Senza contare che così facendo si consuma anche meno aria.

Il diving è uno sport per pigri, per persone che vogliono godersi tanto faticando il meno possibile. A mio parere non è nemmeno un vero sport, ma un’attività fisica: per questo quando inizio i miei briefing mi piace paragonarlo al trekking. Quando andiamo a fare una passeggiata, in montagna o in un bosco che sia, naturalmente dobbiamo utilizzare il nostro corpo, ma la ragione per cui lo facciamo non è certo stabilire un record o registrare una qualsiasi performance: vogliamo solo sentirci parte di quella natura, viverla nel modo più armonioso possibile.

E durante un battesimo, per l’appunto, c’è un istruttore che è lì al cento per cento per noi. E che, se serve, ci aiuta anche nei movimenti.

In Europa tante persone imparano a nuotare sin da piccole, ma in altre parti del mondo non è lo stesso: mi è capitato spesso di gestire del tutto il movimento di clienti che non si sentivano indipendenti e non avevano voglia di provarci. Con una mano nella tasca del GAV, tenendoli per la bombola o magari per mano, sono stato io a nuotare per loro. Lasciandoli quindi concentrati solo sul respirare e guardarsi attorno mentre vivevano un’esperienza fantastica.

Fatto n°3: Pressione? Si gestisce

Scendendo la pressione aumenta, è vero: a dieci metri è già il doppio che in superficie. Detta così naturalmente suona considerevole, e in parte lo è, ma la pressione ha effetto solo sui gas, che si comprimono, e non sui liquidi, che restano praticamente come sono (legge di Boyle). E grazie a Madre Natura il nostro corpo è fatto in larga parte d’acqua, e quindi non andiamo incontro a nessuna “trasformazione fisica”. Ci ho provato più volte a “restringermi” andando sott’acqua, ma non funziona: rimango sempre l’individuo corpulento che sono.

La pressione va gestita unicamente per gli spazi d’aria che ci portiamo a spasso con noi, che sono per la precisione tre: maschera, orecchie e seni paranasali, e polmoni. La maschera si compensa soffiando un po’ d’aria dal naso, e, se rileggete il Fatto 1, potete facilmente immaginare che il più delle volte questo avvenga già da sé. Le orecchie e i seni paranasali invece si compensano tappandosi il naso e soffiando piano, come quando si scende con l’aereo, o magari deglutendo o muovendo le mandibole. Mentre i polmoni si gestiscono da soli, e anche qui torniamo a “la” regola fondamentale della subacquea: sott’acqua non si trattiene mai il respiro. Si tratta di tre gesti che si imparano in pochi minuti e che vengono ovviamente spiegati in lungo e in largo dall’istruttore prima di scendere.

E anche qui l’abitudine a fare tutto con calma diventa un punto d’oro: cosa succede se un orecchio non si compensa subito? Ci si prende tutto il tempo necessario, qualunque esso sia. Alla peggio si risale un pochino in cerca della profondità, e quindi della pressione, giusta per compensare dolcemente.

La fretta e il mare non si incontrano e non si devono incontrare mai, a partire dalla compensazione.

Fatto n°4: Il cervello non aiuta, ma…

Per il nostro cervello stare con la testa sott’acqua più di qualche secondo significa una cosa sola: pericolo massimo. È un istinto antichissimo e utile, che ci aiuta a sopravvivere. Però c’è un però: il cervello ancora non sa che abbiamo una riserva d’aria che scende giù con noi e una tecnologia come l’erogatore che ci permette di usarla. È per questo che molte persone provano una paura istintiva all’idea di immergersi. A volte questa paura si traveste da claustrofobia: l’idea di restare chiusi sotto una massa d’acqua. Ma laggiù non ci sono pareti né soffitti, solo spazio aperto in ogni direzione, e non sono poche le persone che in ascensore trattengono il fiato e proprio lì sotto scoprono un senso di libertà che non si aspettavano. Per fortuna il tempo ci è sempre amico: dopo i primi respiri il cervello si rende conto in fretta che sta andando tutto bene, e, soprattutto, inizia a registrare e godersi tutte le sensazioni bellissime che prima di iniziare non poteva nemmeno immaginare. A quel punto l’allarme scompare e inizia la meraviglia.

Ogni tanto il cervello ci prova comunque a fare qualche scherzetto: un momento di ansia, la voglia improvvisa di tornare su. Succede, anche questo è normale e un istruttore sa riconoscerlo. Quando preparo le persone a un battesimo spiego sempre la soluzione, che è un’altra volta molto essenziale: il segreto sta nell’aspettare letteralmente un secondo prima di reagire. Nella stragrande maggioranza dei casi, quel secondo è più che sufficiente perché il cervello si renda conto che si tratta solo di una sensazione e subito si calma. E se la sensazione non passa, si reagisce tornando piano piano in superficie.

Mentirei se dicessi che a nessuno è mai venuto un principio di panico, ma anche qui ci sono di nuovo due spoiler molto rincuoranti da fare: quando è successo io me ne sono reso conto prima ancora della persona che lo ha vissuto, ed ero già lì in contatto aiutandola a respirare con calma invitandola a seguire il ritmo della mia mano. Il più delle volte è bastato quello perché il principio di panico sparisse, mentre nelle altre tutto è finito in qualche istante, visto che stavamo già risalendo.

Fatto n°5: Piangere nella maschera

Questa è quella che davvero nessuno dice. Non è raro che, alla prima immersione, a qualcuno scenda una lacrima. Non per la paura, ma per quanto è tutto inaspettato e bellissimo. Il silenzio, l’assenza di peso, la luce che arriva dall’alto, un pesce che passa a un metro come se niente fosse. Sott’acqua ci si immerge anche nelle proprie emozioni, ed è una delle cose più coinvolgenti di questa attività.

E se la maschera si riempie un po’ d’acqua, lacrime o meno che siano, niente panico. Tra le prime cose che si imparano c’è proprio come svuotarla: si guarda un po’ in su, si preme la parte alta e si soffia dal naso. E in due secondi si torna a vedere tutto come prima.

Chiaro, questo fatto potrà forse suonare un po’ meno pratico e un po’ troppo romantico rispetto ai precedenti, ma non è così: io per primo mi sono trovato a diluire il mare con qualche lacrima. Certe volte quello che si vede e quello che si vive sono semplicemente irreali, e del tutto commoventi.

E quindi?

Un battesimo del mare non ci richiede di essere coraggiosi o atletici, tanto meno di essere esperti di qualcosa che non abbiamo mai fatto. Chiede solo di fidarsi un po’: dell’attrezzatura, dell’istruttore e soprattutto di se stessi. Il resto lo fa il mare.

Il vero punto da ricordare è proprio questo: al giorno d’oggi c’è una cultura della performance che ci pretende già dominanti anche in situazioni che ancora non conosciamo. Ma il mare è un professore generoso anche in questo, e un luogo in cui l’umiltà paga sempre.

E se dopo la prima volta viene voglia di tornarci, e succede quasi sempre, il passo successivo è un corso Open Water, così che un po’ di cultura in più e tanta pratica rendano le cose ancora più facili.

p.s. – nel Journal abbiamo raccolto anche i cinque motivi per iniziare e tre per non farlo mai. Se siete ancora dubbiosi, vi consiglio di darci un’occhiata.


Vuoi provare il tuo primo respiro sott’acqua?

A Lanzarote il battesimo si chiama Discovery Scuba e si fa con un istruttore solo per te, prendendoci tutto il tempo che serve. Scrivici e scegliamo insieme il giorno.

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